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L'aeroporto è sempre stato uno spazio vuoto, pensavo, come le strade che non percorriamo. Guardo le persone, i loro movimenti, i loro rituali, sembra che conoscano tutto per davvero. Nonostante ciò si ha sempre bisogno di una guida, che a sua volta ne necessita di un'altra, fino a qualche idea di qualcuno che chissà dove l'ha pescata. Finiremo per scoprire di aver seguito idee e basta. Ci penso spesso, talmente tanto da isolarmi. "Hai sentito ciò che ho detto?" "Si (no). Traballo sulle mie insicurezze ma rispondo con la solita nonchalance di sempre. So ascoltare persino quando non lo faccio. È il mio dono, papà sostiene sia diversamente.
(Ritornavi come un brivido, ora no).
Mi mancano gli aeroporti, quest'anno li ho traditi nella promessa di viverne almeno uno. Ho comprato casa, ruote. Ho comunque preso il decollo su altre cose, per me mai materiali, anche se per strada non penseranno così. Come un bambino che cresce tanto quanto me, che sembra però scapparti via. Scompare qui come in altre galassie, che sono certo conoscano il significato della malinconia. Mi fanno male gli occhi per i troppi schermi, pixel di alta definizione e bassa qualità. Scorre come un fiume. Rio è il nome che ho dato alla nuova soddisfazione. Come qualcosa che non si ferma, come il suo colore e la sua calma superficiale. La stanza è calda e mi addormento.
(Tu che mi conoscevi ma non sapevi dove bussare. Tu che a braccia forti e sicure hai preferito analfabetismo. Ti appartiene, te l'ho detto. E son contento della mia ritrovata libertà. La mia atarassia sarà la tua maledizione).